Con l’occupazione femminile il Pil guadagna posizioni

5 giugno 2008

La crescita del lavoro femminile contribuisce ad alimentare la produttività nazionale. Analizzando le pari opportunità da un punto di vista economico, è possibile quantificare gli effetti di una maggiore partecipazione femminile sul Pil. Elevando il tasso di occupazione delle donne fino a raggiungere quello maschile (da 55,3% a 75,3% nel Centro Nord e da 31,1% a 62,2% al Sud) il Pil italiano potrebbe crescere complessivamente del 12,3 per cento.
Questo dato tiene conto della produttività media presente nelle diverse macroaree ed è aggiustato in base agli effetti generati dalla crescita dell’occupazione: un aumento dell’1% delle ore lavorate si traduce in un aumento del Pil pro capite dello 0,3% (Ocse 2007). Il calcolo tiene conto del fatto che le donne potrebbero entrare con un lavoro part-time e dell’eventuale espansione della manodopera a basso valore aggiunto. In pratica, le pari opportunità comporterebbero l’ingresso di due milioni 495mila occupate nel Centro Nord e due milioni 175mila al Sud. Inoltre, se solamente il tasso di occupazione femminile nel Mezzogiorno raggiungesse i valori riscontrati nel resto del Paese (dal 31,1% al 55,3%, cioè un milione e 691mila lavoratrici in più), il Pil nazionale crescerebbe del 4 per cento.

Queste stime verranno presentate nel corso del convegno “Uguaglianza e merito per la crescita economica e sociale”, organizzato da Manageritalia, che si terrà stamani a Milano. Oltre alle proiezioni sul Pil, verranno presentate altre considerazioni, per riuscire a quantificare l’impatto reale delle pari opportunità sull’economia del Paese: l’aumento delle donne lavoratrici farebbe “passare al mercato” attività prima non retribuite (come l’assistenza ad anziani e minori, i lavori domestici), generando ulteriore occupazione. Ogni 100 donne che entrano nel mercato del lavoro si possono creare fino a 15 posti aggiuntivi nel settore dei servizi, senza contare che la formalizzazione di queste attività potrebbe innescare un aumento della produttività, incidendo positivamente sul Pil.
Nel corso del convegno, inoltre, verranno presentati i risultati dell’ultima indagine condotta da Manageritalia dalla quale emerge che nel 60% delle aziende interpellate l’argomento delle pari opportunità non viene affrontato e, quando se ne parla, lo si fa parlando delle discriminazioni e delle differenze retributive, non in termini di opportunità da sfruttare. «Siamo sicuri che la valorizzazione del lavoro femminile – afferma Marisa Montegiove, vicepresidente di Manageritalia – possa essere il volano per la ripresa e lo sviluppo della nostra economia. Presenteremo una serie di proposte concrete e, in seguito, ci impegneremo a seguirne lo stadio di avanzamento».

Tratto da http://www.ilsole24ore.com


Mutui, le responsabilità della BCE

1 giugno 2008

Condividiamo pienamente…

ll costo del denaro è fermo al 4% da un anno. All’economia europea serve un taglio. In questo momento il mutuo a tasso fisso può essere troppo vincolante.

Il rischio è quello di usare la terapia sbagliata e aggravare la malattia. Il medico in questo caso si chiama Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea. I suoi strumenti di cura sono i tassi d’interesse e la decisione di aumentarli, diminuirli o lasciarli invariati. Il paziente, che alcuni dicono in cattive condizioni, è l’economia europea. La principale preoccupazione di Trichet sembra essere l’inflazione: per questo motivo il “dottore” è così ricalcitrante all’idea di abbassare i tassi, come invece sta facendo da tempo la Fed, la banca centrale americana. Tagliare i tassi, infatti, ha il grande vantaggio di stimolare la crescita economica (perché per le le imprese diventa meno costoso indebitarsi e quindi fare nuovi investimenti), ma porta con se il rischio inflazionistico: più dinamismo dell’economia, cioè un aumento della domanda di beni e servizi, vuol dire sul lungo periodo un aumento dei prezzi.

Una cura inutile

Ma sempre più voci sostengono che non intervenire su questo fronte è sbagliato. Il danno potrebbe essere doppio: non si rilancia l’economia, che rischia di andare verso la stagnazione, e non si riesce nemmeno a tenere sotto controllo l’inflazione, il cui andamento non dipende solo dal costo del denaro ma anche dal prezzo delle materie prime, che negli ultimi tempi è in costante rialzo. Primo fra tutti quello del petrolio. Stagnazione + inflazione = stagflazione, cioè crisi economica e prezzi alti. Il peggiore degli scenari possibili.

Mutui, conviene sempre il tasso fisso?

Scenari di macroeconomia, è chiaro, ma con precisi effetti sulle nostre tasche. Tra gli altri, quello sui mutui: chi ne ha uno a tasso variabile risente subito delle decisioni della Bce, perché aumenti o diminuzioni dei tassi incidono direttamente sulla rata. E’ questa la ragione del successo che i mutui a tasso fisso hanno riscosso in questi ultimi anni caratterizzati da continui aumenti del tasso di riferimento. E sono tuttora in aumento le richieste di passaggio dal tasso variabile al fisso, con l’aiuto delle recenti regole sulla portabilità dei mutui. La stessa offerta delle banche ne risente: stanno sparendo anche i prodotti a tasso variabile con rata costante, sempre meno sponsorizzati o addirittura cancellati dagli istituti di credito.

Ma non è detto che in questa fase il tasso fisso sia la scelta migliore. Realisticamente il tasso di riferimento andrà a ridursi nel lungo periodo: lo richiede a gran voce l’economia europea che ha bisogno di una spinta energica. Il timore dell’inflazione cederà alla lunga a quello della recessione e la Bce probabilmente taglierà. E’ un po come giocare in Borsa: non si acquista quando le quotazioni sono alte. Così, stipulare un mutuo a tasso fisso con un costo del denaro elevato vuol dire essere vincolati a una rata che adesso può sembrare rassicurante ma tra breve potrà non essere più così conveniente. (A.D.M.)

Tratto da Alice.it-Salvadanaio Economia


L’ostinazione della Banca centrale europea

24 aprile 2008

Tutti i principali Istituti di ricerca internazionali escono ultimamente rivedendo al ribasso le loro previsioni di crescita dell’economia globale per il 2008, a pochi mesi dalle loro stime.

Il Fondo monetario internazionale ha ritoccato ad aprile le proprie previsioni sul 2008 fatte a gennaio, limandole addirittura di 5 decimi di punto: ad inizio anno, la stima di crescita dell’economia internazionale era fissata al +4,2%, ad aprile è scesa al +3,7% per l’anno in corso.

Guardando alla crescita delle economie avanzate, e alla misura con la quale nel giro di pochi mesi è stata tagliata la stima, ci sembra di poter dire che esiste davvero il rischio di ricadere in una profonda crisi economica. Al momento, l’FMI stima una crescita per gli Usa non superiore allo 0,5-0,6% per il biennio 2008-2009; crescita che tuttavia è ancora tutta da verificare e che, alla luce degli scenari che si stanno profilando, potrebbe subire ulteriori ritocchi all’ingiù nei prossimi mesi. Analogo discorso per l’Area Euro, dove l’Italia sarà il fanalino di coda con una crescita prevista dello 0,3% nei prossimi due anni.

Inoltre, è di qualche giorno fa la notizia che, sempre l’FMI prevede che l’emorragia è ancora in là da terminare, annunciando che le Istituzioni finanziarie internazionali potrebbero riportare ulteriori perdite per 43 miliardi di dollari, pari insomma ad una manovra finanziaria tra le più alte che il nostro Paese abbia mai fatto.

L’inflazione nell’area dell’euro dovrebbe attestarsi nel 2008 al +2,8%, in crescita di 7 decimi di punto sul 2007, ma tuttavia sempre inferiore a quella statunitense.

Qual è il comportamento delle 2 Banche centrali in un quadro del genere? Mentre la Federal Reserve continua nel progressivo abbassamento dei tassi di interesse, al fine di ridare fiato all’economia americana ed evitare di mettere in ginocchio ulteriormente i consumatori più poveri che hanno contratto mutui subprime, la Bce invece si ostina a dichiarare di avere il timore di un’ulteriore infiammata sui prezzi nel medio termine. Infiammata che naturalmente è quasi tutta importata!

Insomma, mentre l’una abbassa drasticamente i tassi pur in presenza di un rischio inflazione ancora più marcato di quello europeo, la Banca di Francoforte, invece, tiene costanti i tassi, poiché la sua bussola è solo l’inflazione, rischiando così di dare il colpo finale ad un’economia in evidente fase di stanca e, in modo particolare ai consumi, viste le sempre più evidenti difficoltà di molti consumatori che in questi anni hanno contratto un mutuo a tasso variabile a saldare la propria rata. Lo stesso Fondo monetario internazionale sembra caldeggiare una virata nella politica montetaria della BCE, sottolineando proprio in questi ultimi giorni come la Banca centrale europea abbia ora spazio per abbassare il livello dei tassi di interesse alla luce del deterioramento dell’outlook economico.

A fronte di ciò mi domando: ma se ne hanno potere come credo, non è davvero il momento che i Governi europei pensino ad una revisione della mission della BCE? Se fossi in Berlusconi, sarebbbe una delle prime azioni che cercherei di avanzare in ambito europeo, considerato – come noto – anche il gravante peso degli oneri passivi sul nostro debito pubblico.


L’andamento dei servizi nel 2007

3 aprile 2008
Purtroppo non fa mai molta notizia lo stato di salute dei nostri servizi, o almeno non la fa quanto la manifattura, che i massmedia, ma anche una parte politica del nostro Paese, continua a considerare l’unico barometro dell’andamento economico, anche se la sua ricaduta, in termini di indotto, sull’economia nazionale tende a degradare di anno in anno, appannaggio delle attività terziarie.

Ora, senza nulla togliere all’industria che rimane uno dei motori dell’economia nazionale, riteniamo che i servizi debbano avere quantomeno un’altrettanta visibilità.

Per questo motivo, guardiamo agli ultimi risultati congiunturali di questo macro settore, che l’Istat analizza soltanto in alcuni dei suoi molteplici aspetti.

Secondo l’Ufficio Centrale di Statistica il fatturato delle imprese di commercio all’ingrosso e degli intermediari commerciali è aumentato nel 2007 del +3,1% a valori correnti rispetto all’anno precedente. All’interno di questo settore il vero exploit l’ha messo a segno il commercio di materie prime e animali vivi che ha incrementato il proprio giro d’affari su base annua del +7,5%. E’andato bene anche il commercio di macchinari e attrezzature (+3,6%). Se è vero che rispetto al 2006 il settore ha rallentato di qualche decimo di punto la propria dinamica, nel quadro degli ultimi 7 anni il +3,1% resta un buon risultato.

E’ andata ancora meglio la branca della manutenzione e riparazione di autoveicoli, avendo aumentato il proprio fatturato del +4,1% rispetto al 2006. In questa circostanza è il miglior risultato dal 2002 ad oggi.

In leggera ripresa rispetto all’anno precedente sembrano invece essere i trasporti via mare, e soprattutto l’informatica, i servizi postali stanno invece sullo stesso binario del 2006, ancorché su bassi valori, mentre il mondo delle telecomunicazioni ha iniziato a lanciare i primi segnali di difficoltà, dopo che negli anni passati aveva registrato ottime performance, anche in controtendenza rispetto alla dinamica complessiva dell’economia .

Il 2007 per i trasporti aerei non è stato così pessimo come nei periodi succedutesi all’11 settembre, ma il rallentamento rispetto al biennio precedente inizia ad essere evidente.

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Nanismo di impresa: una criticità strutturale da risolvere

27 febbraio 2008

Il dibattito sulla capacità di crescita competitiva di ciascun sistema territoriale ad industrializzazione diffusa non può che essere strettamente vincolato con l’evoluzione del suo tessuto imprenditoriale. Come è noto, il modello ancora predominante nel Paese continua a reggersi sulla piccola impresa e su specializzazioni settoriali che se fino alla fine degli Anni Ottanta hanno fatto la fortuna della nostra economia, grazie soprattutto alla loro adattabilità e flessibilità agli andamenti del mercato, oggi purtroppo faticano di fronte ai mutamenti strutturali intervenuti negli ultimi venti anni. L’integrazione dei paesi in via di sviluppo nell’economia mondiale e la rivoluzione tecnologica nel campo dell’informatica e delle comunicazioni hanno eroso la posizione competitiva di queste imprese di più ridotta dimensione, troppo piccole per sfruttare pienamente le opportunità del processo di globalizzazione e troppo carenti dal punto di vista delle risorse umane per trarre beneficio dalle nuove tecnologie. Parimenti, il continuare a perseverare su settori e comparti tendenzialmente a crescita media o lenta della domanda mondiale, con basse economie di scala e relativamente basso impiego di manodopera ad alto grado di istruzione e alte qualifiche, ha esposto le nostre imprese ad una situazione difficilmente difendibile di fronte all’impetuoso imperversare dei grandi Paesi in via di sviluppo.

Aziende sempre più piccole, sottocapitalizzate, con bassa remuneratività, scarsa produttività dei fattori, e difficoltà a crescere, è dunque la malattia principale del sistema imprenditoriale del nostro Paese. Secondo molti studi, piccola dimensione è sinonimo oggi di minore produttività per addetto, minore retribuzione per addetto e, conseguentemente minore attrattività per lavoratori con elevati gradi di istruzione e qualifiche, minori investimenti fissi per addetto, minori investimenti in formazione del proprio “capitale umano”, minori spese in ricerca e qualità, minori investimenti in rete distributiva e assistenza al cliente, minore capacità di affermare e coltivare marchi noti sul mercato, maggior dipendenza da canali indiretti per l’esportazione (e relativo minor “potere di mercato” quando i mercati si fanno fragili e/o fortemente competitivi), minor numero di mercati esteri serviti, minor polmone di risorse umane e organizzative per intraprendere investimenti diretti all’estero quando le opportunità di mercato lo esigerebbero.

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Praga e Bratislava più ricche di Bolzano

13 febbraio 2008

europa.jpgBRUXELLES – Le capitali della «Nuova Europa» corrono, e si avvicinano al reddito delle regioni più ricche dell’Unione europea. Anzi, alcune capitali dell’Est sono – già ora – persino più ricche di città italiane del calibro di Bolzano, che certo non sono note per un tenore di vita modesto: è la provincia più ricca d’Italia, secondo Bruxelles.

IL BOOM DELL’EST – Secondo i dati diffusi martedì da Eurostat, l’istituto europeo di statistica, il Pil procapite (a parità di potere d’acquisto) di Praga e Bratislava è rispettivamente il 160,3% e il 147,9% della media Ue, rispetto al 136,7% dei bolzanini. Insomma, la rivoluzione è già cosa fatta. Colpa della stagnazione italiana e della vibrante crescita degli ultimi arrivati alla grande tavola europea. Un processo rapidissimo e travolgente, che sta sovvertendo la mappa della ricchezza disegnata negli ultimi 60 anni. , soprattutto se si tiene conto che non sfigurano neppure altre cpaitale dell’Europa orientale: nella regione di Budapest il Pil procapite tocca il 104,9% della media Ue (molto più del dato nazionale, fermo al 64,3%); quella che include Lubiana raggiunge il 104,7%, mentre la Slovenia si ferma complessivamente all’86,9%.

LE REGIONI PIU’ POVERE – Il nord-est della Romania risulta essere la zona più povera di tutta l’Ue, con il 24% della media del reddito procapite comunitario, mentre Bucarest raggiunge il 74,8% e la Romania il 35,4%. Nella top 10 delle aree più indigenti dell’Unione figurano cinque regioni bulgare e altre quattro romene.

IN ITALIA – In Italia è la Campania (con un reddito procapite del 66,9% della media Ue) la regione più povera secondo l’analisi realizzata da Eurostat. A breve distanza c’è tuttavia dalla Sicilia (67,4%), la Calabria (67,5%) e la Puglia (68,1%), mentre la Basilicata scende sotto al 75% attestandosi al 74,3%. Nel complesso tutte le regioni del sud che beneficiano dei fondi dell’obiettivo 1 (quelli destinati dall’Ue a quelle regioni con un pil medio Ue al di sotto del 75%) dal 2004 al 2005 secondo i dati di Eurostat non hanno visto alcun miglioramento del loro pil pro-capite, anzi un leggero peggioramento.

LOMBARDIA E BOLZANO – In testa, sono Lombardia e la provincia di Bolzano le aree più ricche del Paese. Ma tra le prime quindici regioni europee con il più alto pil pro-capite non figura nessuna regione italiana. I dati sono relativi al 2005 e non si discostano molto da quelli del 2004: continuano ad indicare la regione di Londra, con un pil per abitante pari al 303% – considerando 100 la media Ue a 27 – la regione più ricca dell’Unione. Con Londra, in testa alla classifica delle regioni più ricche nell’Ue c’è il Granducato del Lussemburgo (264%) e la regione di Bruxelles (241%). Tra le 42 regioni europee che superano il 125% della media Ue di pil per abitante, quattro sono quelle italiane: la provincia autonoma di Bolzano (136,7%), la Lombardia (136,5%), l’Emilia-Romagna (128,1%) e il Lazio (127,9%).

Da http://www.corriere.it


La marginalizzazione femminile nel mercato del lavoro

11 febbraio 2008

donne_lavoro.jpgUn Paese civile non può restare inerte di fronte a così tanta ingiustizia sociale e alle gravi sacche di disoccupazione o mal pagata occupazione femminile e giovanile che ancora oggi ci ritroviamo, nonostante l’ottimo exploit di questi recenti anni.

Si è fin troppo dibattuto in questi anni su quali sono le best practices per elevare l’occupazione femminile e avvicinarsi quantomeno al target di Lisbona. Finita questa fase elettorale attendiamo con impazienza affinché una buona volta le si mettano finalmente in pratica. Vigileremo dunque, nel nostro piccolo, affinché il futuro Governo, di qualunque colore esso sia, adotti tutte le misure necessarie (sgravi fiscali, incentivazione al part-time, etc) perché finalmente alle donne italiane possano essere garantite le medesime opportunità di lavoro e di carriera delle colleghe europee, e possano finalmente usufrire di quei tanto agognati servizi sociali (asili nido, etc) ormai indispensabili a consentire loro di poter coniugare più tranquillamente la carriera con gli impegni extralavorativi.

Fintanto che non si inciderà su questa leva, il nostro Paese continuerà ad avere un tasso di natalità tra i più bassi al mondo e a trovare soddisfazione nel veder crescere le nascite di un impercettibile zero virgola che non sposta nulla rispetto al problema.

Un più moderno sviluppo della società italiana passa dunque anche da qui. E’ nelle nostre mani, vediamo finalmente di dargli corpo.

Poco pagate e carriere difficili. Donne e lavoro: penultimi in Europa