Mobilità sociale: un tema fondamentale per una società equa

mobilita-sociale.jpegTra le questioni centrali della piattaforma politico-programmatica di Enrico Letta per le primarie del PD c’è un tema, quello della mobilità sociale, che meriterebbe una maggiore centralità nel dibattito politico-sociale televisivo.

Enrico Letta ha avuto il “coraggio” di riproporre questa questione, che assieme a quella sulla natalità e sulla libertà, rappresentano a nostro parere i veri nodi da sciogliere per ridare fiducia e slancio futuro al nostro Paese.

Ma perché si parla così poco di mobilità sociale? Perché non è un tema per così dire “mediatico”, di facile comunicabilità, è più argomento da addetti ai lavori, da Istituti di ricerca (Istat, Censis, etc). E’ molto più semplice per un politico parlare di abbassamento delle tasse, di evasione fiscale, di Rai, di sburocratizzazione, etc, che non appunto di mobilità, un tema che sta più sullo sfondo, ma che è intrecciato con altre tematiche (istruzione, accessibilità, etc) che lo rendono particolarmente centrale in una visione di medio-lungo raggio.

D’altro canto ci si scontra con un problema di ricevibilità del messaggio. Non tutti infatti sanno cos’è la mobilità sociale. C’è chi crede ad esempio che sia quella delle liste di disoccupazione, chi non ha proprio la minima idea di cosa possa essere. Insomma il messaggio rischia di non arrivare adeguatamente alla grande massa. Ecco perché riteniamo che vada fatta chiarezza su di esso.

Tentiamo quindi di farla.

Che cosa è la mobilità sociale?

C’è una definizione in Wikipedia che rende chiara l’idea rispetto a questo fenomeno: << Per mobilità sociale si intende il passaggio di un individuo o di un gruppo da uno status sociale ad un altro, e il livello di flessibilità nella stratificazione di una società, il grado di difficoltà (o di facilità) con cui è possibile passare da uno strato ad un altro all’interno della stratificazione sociale>>.

Perché dunque dovrebbe essere una tematica tanto urgente? Perché misura il progresso e soprattutto la giustezza di una società. Più una società è progredita ed equa e più sarà capace di fornire possibilità/opportunità ai propri figli di salire i gradini della classe sociale e non rimanere, invece, ingessati all’interno di quella dei loro padri.

E’ noto come in Italia (ma a dire il vero anche in altri Paesi sviluppati) vi siano ancora sensibili disuguaglianze a tal proposito in tema di accesso alle risorse e alle opportunità. Per esempio, in Danimarca, in Finlandia e in Canada le possibilità di salire nella scala sociale sono maggiori rispetto a quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito. Una discriminante è certamente il titolo di studio: garantire eguali opportunità d’accesso all’istruzione può ridurre la riproduzione di queste disuguaglianze sociali.

Sia l’Istat che il Censis si sono adoperati in diversi studi specifici dai quali, sinteticamente, sono emerse le seguenti considerazioni.

Se ci si sofferma ad un primo sguardo dei dati sulla mobilità sociale si avrà l’idea di un quadro caratterizzato da un tasso significativo di ricambio e di elevata dinamicità. Tuttavia ad un’analisi di dettaglio maggiore emergono numerosi elementi che suggeriscono che questa mobilità sociale è di fatto poco più che apparente, e sospinta più dalle trasformazioni strutturali che da una reale e ampia disponibilità di opportunità. E’ vero che rispetto ai loro genitori molti figli nati da operai e da manovalanza agricola oggi stanno meglio. Ma questo miglioramento è più che altro attribuibile all’accesso allargato ai consumi, ad un incremento generalizzato del tenore di vita.

L’unica classe che sembra essere riuscita a tutelare bene in questi anni la posizione delle generazioni successive è quella borghese imprenditoriale; mentre non può dirsi lo stesso per la classe borghese professionale e per quella intellettuale, i cui figli molto spesso hanno addirittura conosciuto processi contrari di mobilità discendente. In sostanza chi ha avuto in questi anni il padre imprenditore ha potuto godere di una via preferenziale nel salire nella scala sociale o perché ha continuato nell’azienda di famiglia oppure perché è passato orizzontalmente ad un’altra classe, ma sempre all’interno dello status borghese (libero professionale o intellettuale).

Più difficile invece è stata mantenere la identica posizione del padre per chi è stato figlio di un libero professionista, piuttosto che di un insegnante. Senza immaginarsi poi le difficoltà di coloro che hanno avuto un genitore operaio (agricolo o urbano) o impiegato. Vediamo più in dettaglio cosa è successo in questi anni.

Nella fattispecie, il tipo prevalente di mobilità in ascesa ha riguardato il 21,9% degli occupati ed è consistita di fatto in quella che il Censis definisce “cetomedizzazione”: si tratta dunque di una mobilità che è stata sospinta in gran parte da quella trasformazione strutturale che ha visto dirottare una quota importante delle energie produttive dall’industria al terziario, con il progressivo avanzamento dell’economia post industriale.

Il 40,8% degli occupati è risultato immobile, poiché si è collocato nella stessa classe occupazionale del padre, la quota più consistente di questo segmento è rappresentata dal 20,6% degli occupati che sono restati fermi nella classe operaia.

Vi è poi una quota di lavoratori, pari al 12,2%, che hanno effettuato una mobilità a corto raggio, sostanzialmente di tipo orizzontale spostandosi all’interno delle varie classi intermedie, piccola borghesia urbana, agricola e classe media impiegatizia.

La mobilità discendente ha riguardato il 15,3% dei lavoratori, per il 10,2% figli delle classi intermedie oggi nella classe operaia, e per il 5,1% figli di borghesi defluiti nelle classi intermedie.

Ma è soprattutto nella forte differenziazione dell’accesso alle opportunità formative che probabilmente si sostanzia l’elemento più concreto di questa scarsa mobilità sociale. La possibilità di accedere agli studi universitari rimane tutt’oggi appannaggio quasi esclusivo delle classi più elevate che trovano in questi anche una sorta di camera di decompressione verso un mondo del lavoro che è difficile per tutti, ma che lo è in particolare per i figli degli operai: a titolo esemplificativo, sono studenti universitari il 18,1% dei maggiorenni figli della borghesia contro il 4,1% dei figli della classe operaia. E questi ultimi dunque si trovano a dover affrontare una serie di ostacoli preliminari anche solo per poter provare ad investire le loro risorse e le loro capacità in un’aspirazione di scalata sociale. D’altro canto è dimostrato come coloro che hanno compiuto un percorso di mobilità in ascesa risultino fortemente caratterizzati da un titolo di studio più elevato rispetto agli altri gruppi provenienti dalle medesime classi.

Questa difficoltà a salire i gradini della scala sociale è ancora più evidente nel Mezzogiorno e in generale nell’universo femminile. In tutte le classi occupazionali considerate, le figlie tendono a studiare di più della componente maschile (con l’unica eccezione delle figlie di padri collocati nel settore agricolo), si trovano in misura maggiore in cerca di un’occupazione rispetto ai fratelli, e soprattutto nelle classi occupazionali meno elevate finiscono per fare le casalinghe; si tratta della maggioranza delle figlie di padri occupati nel settore agricolo, sia della piccola borghesia che della classe operaia, e di una quota comunque consistente (36,9%) delle figlie di operai.

L’analisi sociologica sulla mobilità ci insegna dunque che le disuguaglianze tra le classi in termini di risorse disponibili si traducono quasi sempre in disuguaglianze di classe in termini di opportunità di accedere, nel corso della vita adulta, alle diverse destinazioni sociali possibili.

Crediamo quindi che una società più giusta e meritocratica non possa trascendere dal riformare questi meccanismi di accessibilità alle risorse e alle opportunità, che riguarda appunto la reale fruibilità dei servizi, delle informazioni, per evitare che svantaggi (e vantaggi) goduti dai padri ricadano sui figli, condizionando in misura determinante il loro destino sociale, indipendentemente dal talento e dalla preparazione culturale. In altre parole, non bastano le sole proprie doti individuali!

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4 Responses to Mobilità sociale: un tema fondamentale per una società equa

  1. LarTFuriVar ha detto:

    Make peace, not war!

  2. […] La mobilità sociale, per una società più equa Pubblicato 3 Marzo 2008 giovani , mobilità sociale Un tema a cui teniamo particolarmente proprio perché tocca da vicino i giovani, che assieme alle donne e agli anziani sono la fascia della società più debole, è quello della mobilità sociale. Di questo ne abbiamo già parlato ampiamente e nell’occasione vi invito ad andarvi a rileggere ciò che scrivemmo qualche mese fa a questo link. […]

  3. silvia ha detto:

    Oltre agli ostacoli che avete evidenziato, ce ne sono altri due: la carenza di informazoni e la mancanza di aspettativa.per entrare a lavorare in certi posti, pubblici sopratutto, bisogna conoscere tutta una serie di informazioni non scritte. quando escono gli argomenti degli esami, esistono centinaia di libri da poter sceglie e chi ha un amico o un parente all’interno di quelo posto di lavoro può usufruire di orientamento. e già questo e molto, perchè gli argomenti sono vastissimi. Poi esiste un altro ostacolo, dentro di noi. la mancanza di aspettativa sociale, se i nostri genitori non possiedono quello status sociale ci specchiamo nel modello genitoriale e tendiamo a “non mettercela tutta”, proprio tutta. ciao, Silvia

  4. E invece il fatto di essere stati poco fortunati deve essere la molla che ci fa reagire, altrimenti davvero saremo condannati a miseria. Comunque già il fatto che tu abbia un blog è un segnale positivo per farti conoscere, i tuoi genitori non lo hanno potuto avere ai loro tempi.
    Non è poco!!!

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