La battaglia sull’italianità ha ancora senso?

Partiamo da alcuni dati di fatto…

merc-auto.jpgUn mercato italiano dell’auto di nuovo vivace nel 2007, che nell’ultimo mese dell’anno ha addirittura messo a segno un exploit di domanda superiore ad ogni previsione (+14,1%), grazie alle spinte determinate dalla scadenza degli incentivi governativi, dagli sconti aggiuntivi lanciati in parallelo dalle case e dalle campagne di comunicazione, contribuendo al raggiungimento del nuovo primato di immatricolazioni nella storia del mercato italiano - quasi 2,5 milioni di registrazioni con una crescita del 7,1% sul 2006, e al superamento del Regno Unito nella classifica europea, collocandosi al secondo posto dietro la Germania.

kv_pic_500_2007_5stars.jpgUna Fiat che consolida il già buon risveglio del 2006, chiudendo il 2007 con la quota record dell’8,1 per cento del mercato in Europa Occidentale, con una sensibile crescita rispetto all’anno precedente, e mettendo a segno il miglior risultato dal 2002. Complessivamente le immatricolazioni 2007 sono state quasi 1 milione e 193 mila, il 6,6 per cento in più rispetto al 2006.

ferrarif430.jpgLa Ferrari che archivia il 2007 come la migliore annata della sua storia, consegnando oltre 6400 vetture, per una crescita sui dodici mesi del 14% e un ritorno sul fatturato pari al 15%. Nell’anno del 60° compleanno, il Cavallino è cresciuto nell’ordine del 7-8% in mercati maturi come America ed Europa, ma in quelli emergenti l’incremento è stato a doppia cifra, come in Russia (+60%), Medio Oriente ed Estremo Oriente (+30%). La Cina si appresta a diventare il quinto mercato principale dietro Usa, Gran Bretagna, Germania e Italia e davanti al Giappone.

images.jpgUna Ducati in gran spolvero dopo i successi in MotoGp, che nel solo mercato statunitense ha incrementato le proprie vendite 2007 del 22% sul 2006 con 10.019 moto vendute, e che prevede di arrivare entro il 2010 ad una quota del mercato mondiale del 6,5%, lanciando dieci nuovi modelli in tre anni.

Di fronte a cotanta dinamicità delle nostre più grandi imprese e di un importante segmento di mercato (anche come indicatore indiretto dei consumi) non possiamo non constatare come, se fino a qualche anno fa di fronte a certi lusinghieri risultati sarebbe corrisposta una crescita del PIL per il nostro Paese vicino alla doppia cifra, grazie anche alla trasmissione di effetti positivi all’indotto, oggi purtroppo dobbiamo prendere atto che non è più così, il mondo si è globalizzato, le aziende sono diventate sempre più internazionali e integrate, e quindi le ricadute economiche e sociali delle più importanti holding nostrane non sono solo ad esclusivo nostro vantaggio, così come al contempo noi possiamo beneficiare delle buone dinamicità di imprese straniere.

tricolore.jpgEcco, dunque, che ci poniamo l’interrogativo se ha ancora davvero senso, nell’attuale situazione, andare a sbandierare in giro, ad ogni minima occasione, la difesa dell’italianità come condizione irrinunciabile per continuare a garantire sviluppo al nostro Paese. Sarà forse allora che la si sbandiera per altri fini, perché le nostre imprese sono più facili da sottomettere alle logiche sindacali domestiche e alla nostra ingorda politica rispetto alle imprese straniere?

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