La gestione dei rifiuti in Italia: una politica pressoché fallimentare

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L’evidente problema della gestione dei rifiuti che in questi ultimi mesi si è ulteriormente ingigantito in Campania si pone a seguito di una fallimentare gestione della filiera. La nostra società si trova a dover fare i conti sempre più con una grande quantità di rifiuti in spazi che invece, al contrario, tendono sempre più a rimpicciolirsi, alimentando conseguentemente parallele operazioni di traffico e di smaltimento illegale dell’immondizia stessa.

Ciò che più colpisce di tutto questo è la strana anomalia italiana in ambito europeo circa le modalità di gestione dei rifiuti stessi. Fa specie in particolare il ricorso esagerato alla discarica, quasi a voler sottolineare la generale scarsa efficacia della raccolta differenziata del nostro Paese rispetto agli altri Stati europei. Solitamente infatti vengono inviati alla discarica i cosiddetti rifiuti indifferenziati, verso i quali il nostro Paese nutre tutt’ora una spiccata propensione alla produzione (75% circa dei rifiuti totali). Mandare tutto alla discarica è il modo più semplice, comodo, economico ma ambientalmente sbagliato, e – purtroppo – in alcuni casi facilmente controllabile dalla malavita.

Ecco alcuni dati illustranti tale anomalia; secondo la Corte dei Conti vengono inviati alla discarica circa 300 kg per abitante all’anno, o meglio oltre il 50% dei rifiuti prodotti, contro medie molto più basse di altri paesi europei, quali la Germania, la quale godendo a monte di una politica decisamente più efficace nella raccolta differenziata può “permettersi” una gestione dei rifiuti più all’avanguardia e rispettosa dell’ambiente, grazie soprattutto ad operazioni di riciclaggio.

Riciclo che viene considerato dagli esperti come il metodo più efficacemente sostenibile, anche se complesso. Lo sviluppo di questa metodologia di smaltimento potrebbe inoltre favorire l’apertura di nuovi segmenti di mercato (e quindi nuova occupazione!) in cui nuove piccole e medie imprese si insinuano, recuperando materiali riciclabili per rivenderli come materia prima o semilavorati alle imprese produttrici di beni.

Al contrario, persistere nella politica dell’uso delle discariche, invece, oltre a continuare a produrre tensioni sociali (come si stanno sperimentando oggi) per l’ormai arcinoto principio del “Nimby” (“Non nel mio cortile”), comporta uno spreco di materiale che sarebbe almeno in parte riciclabile, nonché crea grandi concentrazioni di rifiuti con inevitabili conseguenze sull’ambiente. Per cui non è certamente la soluzione ottimale per il futuro.

I termovalorizzatori (inceneritori), a loro volta basano il loro funzionamento sull’incenerimento dei rifiuti. Sfruttando la combustione così ottenuta producono energia elettrica e calore con rendimento energetico variabile. Pur trattandosi di un’altra strada da perseguire, va sviluppata attentamente e soprattutto entro certi limiti (come ha fatto per esempio la Germania), poiché a detta di molti esperti può provocare emissioni tossico-nocive (in particolare di polveri sottili e di diossine) e inoltre nel medio periodo potrebbe contrastare, per ragioni tecnico economiche, l’efficacia delle politiche di raccolta differenziata, in quanto se un inceneritore viene dimensionato per bruciare un certo quantitativo di rifiuti, dovrà essere alimentato per forza con quel quantitativo, impedendo di fatto la riduzione dei rifiuti e l’aumento ulteriore della raccolta differenziata, ossia l’anello della catena su cui invece si deve più puntare.

DATI SULLA MODALITA’ DI GESTIONE DEI RIFIUTI

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