A seguito del grave fatto di terrorismo successo recentemente in Germania a Duisburg, voglio pubblicare alcuni stralci di una ricerca “La collettività italiana in Germania: una sfida ancora aperta” condotta da Anna Maria Minutilli, ricercatrice in Storia contemporanea presso l’università di Aachen. La ricerca verte sulla realtà ed i problemi sociali e culturali dell’emigrazione italiana in Germania, e sulle relative difficoltà di integrazione che purtroppo sembrano essere ancora attuali, e che fanno della condizione del nostro emigrato ancora uno stato“provvisorio”.
QUANTI SONO?
L’emigrazione italiana ha assunto rilevanza numerica a partire dall’accordo bilaterale siglato il 20 dicembre del 1955, per il reclutamento di forza lavoro. Dopo questo primo flusso migratorio, formato quasi esclusivamente da uomini che venivano occupati nelle miniere, nell’edilizia e nell’industria pesante, nel 1973 è iniziata la fase dei ricongiungimenti familiari che hanno fatto tramontare l’idea di un possibile avvicendamento degli emigrati italiani ed hanno stabilizzato la presenza della nostra collettività.
La presenza italiana in Germania ancora oggi si attesta intorno alle 600.000 unità. E’ la più consistente comunità tra quelle provenienti da un paese dell’UE. Una comunità in continua evoluzione; solo nel 2002 sono giunti in Germania almeno 25.000 italiani,; più di un quarto dei nostri connazionali vive in Germania da oltre 30 anni e uno su sette da 15 a 30 anni. Vi è una discreta quota di giovani nati in loco (28,2%) ed è una comunità a forte componente maschile.
DOVE SONO?
La maggior concentrazione di lavoratori italiani è nelle regioni industriali della Germania occidentale, in particolare nella zona di Monaco di Baviera (stabilimento BMW), Stoccarda (Mercedes) Francoforte e Colonia. A Wolfsburg (Bassa Sassonia) gli operai italiani alla Volkswagen sono il gruppo straniero più numeroso.

UNA SCARSA INTEGRAZIONE
Se confrontiamo i grandi gruppi immigrati in Germania rispetto al successo scolastico, alla professione, alla disoccupazione e ai matrimoni misti, troviamo come gli italiani occupino le posizioni più basse nella scala gerarchica.
I loro valori si trovano allo stesso livello dei cittadini turchi, e sono al di sotto nel ramo dell’educazione. Ciò sorprende anche perché i nostri connazionali in Germania in confronto a tutti gli altri ex-stati di reclutamento, sono stati tra i pionieri e se si parte dall’assunto che l’integrazione aumenta con il passare del tempo, già per questo ci si sarebbe dovuti aspettare che la loro situazione fosse la migliore.
Il motivo principale di questa scarsa integrazione è il fatto che la collettività italiana non ha ancora acquisito il senso della lontananza dalla madrepatria: si riconosce nella sua appartenenza italiana e in gran parte non ha optato per la cittadinanza tedesca, a differenza dei turchi e degli ex-jugoslavi. Addirittura tra gli emigrati di prima generazione, sono numerosi coloro che dopo quasi cinquant’anni di permanenza in Germania non parlano del tutto o non parlano bene la lingua tedesca. In più, diversamente dai greci e dagli spagnoli, in genere gli italiani non riescono a oltrepassare le classi medio-basse. Accade spesso che i figli e i nipoti di coloro che arrivarono negli anni ‘60 hanno ereditato dai padri e dai nonni la stessa posizione sociale e la stessa emarginazione. Quindi vi è purtroppo anche una bassa mobilità sociale.
Questa scarsa integrazione la si legge anche sul fronte occupazionale: a tutt’oggi infatti il tasso di disoccupazione della collettività italiana (19,2%) è quasi doppio rispetto a quello tedesco (10,3%). Rappresenta un’eccezione la collettività italiana di Berlino: quasi 13 mila italiani che, oltre ad evidenziare una vitale e variegata attività culturale, studentesca ed associativa – vi sono presenti numerosi quadri, manager e giornalisti - è caratterizzata da un minore disagio anche in ambito scolastico.
Tra i lavoratori, molti sono ancora oggi operai nell’industria o nell’edilizia: la ricostruzione di Berlino dopo la riunificazione ha dato lavoro a molti immigrati, anche se spesso in condizioni di lavoro e di alloggio disastrose. Molti connazionali sono però presenti nei servizi, la maggior parte nella ristorazione e nel settore alberghiero. Il terziario, tuttavia, significa spesso servizi a basso livello, dove non sono richieste qualifiche, con posti di lavoro precario e non sempre regolari, come succede per esempio nella gastronomia e nei settori complementari nel ramo delle pulizie. Ma negli ultimi anni si stanno formando anche manager, ricercatori, liberi professionisti e studenti, soprattutto tra quei ragazzi partiti per la Germania per motivi di studio che poi hanno deciso di rimanervi stabilmente per lavorare.
DIFFICOLTA’ SCOLASTICHE
Un indicatore molto importante del grado di inserimento di una comunità emigrata è la sua integrazione nel sistema formativo del paese di residenza, il che significa successo scolastico e quindi sviluppo delle capacità personali e dell’autostima, premesse indispensabili per l’accesso nel mondo del lavoro qualificato. Nella consapevolezza che in nessun altro paese è così difficile inserirsi come in Germania, nonostante la nostra emigrazione sia vecchia di 50 anni.
E purtroppo in questo contesto è particolarmente appariscente il contrasto nel successo scolastico dei giovani: se si calcola la percentuale degli studenti in rapporto alla rispettiva popolazione, quella degli spagnoli, con 1,3%, è più di tre volte più alta di quella degli italiani, con lo 0,4%. Tutti gli altri gruppi hanno valori più elevati degli italiani, ad eccezione dell’ex-Jugoslavia, che a causa della guerra e dei movimenti di profughi non si può paragonare con i valori attuali. In questi confronti sono considerati solo i giovani che hanno avuto la loro formazione e sono cresciuti in Germania. Se si osserva la distribuzione degli scolari nei diversi tipi di scuole, si ottiene un quadro simile di grandi discrepanze, nel quale il gruppo italiano va particolarmente male.
Insomma, i giovani italiani sono, tra gli stranieri, quelli che hanno maggiori difficoltà scolastiche. Molti bambini trovano notevoli difficoltà a studiare non solo perché non parlano o non capiscono il tedesco, ma perché parlano un tedesco dialettale e sgrammaticato, tipico di una classe sociale di cultura medio-bassa, e finiscono così per essere confinati nelle scuole differenziali.
Va ricordato che la scuola tedesca ha un’impostazione particolarmente selettiva già nei primi anni. Chi non riesce a tenere il passo, ed è il caso di molti italiani, finisce per slittare nelle classi differenziali (scuole di serie B) con poche prospettive poi nel campo del lavoro. Il risultato è che gli scolari italiani vanno ad aumentare la percentuale delle «pecore nere» costrette a frequentare le Sonderschulen: il 7,9% rispetto al 6,5% di bambini stranieri bisognosi di sostegno, e molti non riescono neanche ad ottenere un titolo di studio finale qualificato.
SENSO DI PROVVISORIETA’
Il tema dell’emigrazione italiana in Germania è quindi per tutti questi motivi ancora attuale, anche se parlare di emigrati italiani nel 2005 è diverso rispetto a qualche decennio fa. Sono passati molti anni da allora e la situazione è cambiata, anche se ancora per molti anziani che per vari motivi restano in Germania è rimasta la sensazione di precarietà dovuta ad un’integrazione non avvenuta completamente. Molti di loro non hanno più legami parentali in Italia. Sono loro la prima generazione che affronta l’esperienza della terza età in un paese straniero: peraltro spesso queste persone sono afflitte da problemi economici. Usufruendo di una pensione modesta sono spesso costretti a chiedere un’integrazione sociale.
Gli italiani in Germania si trovano dunque al centro del guado, con vecchi problemi irrisolti, ma anche con nuove sfide ed opportunità da cogliere in un contesto europeo. Il percorso che possono e devono compiere, da Gastarbeiter a cittadini a pieno titolo del paese di accoglienza, può consentir loro di lavorare come soggetti attivi al loro futuro nella società di accoglienza; e, paradossalmente, può offrire al paese di origine, in termini economici, di interscambio culturale e di integrazione europea, più di quanto (poco) essi abbiano ricevuto negli anni passati in assistenzialismi che non hanno sortito alcun effetto rilevante per la loro crescita sociale.
L’integrazione nel tessuto sociale ed istituzionale del paese di residenza non significa il rifiuto del paese di origine: cittadini italiani ben inseriti nella società tedesca sono i ponti ideali per favorire gli interscambi a tutti i livelli fra i due paesi. Sarebbe importante che enti pubblici ed imprese italiane inserissero nei circuiti professionali giovani formatisi nei paesi di emigrazione. Essi potrebbero dare un ulteriore e diverso apporto di culture professionali ed esperienze linguistiche, le cui carenze in vari settori della vita pubblica e delle imprese private sono spesso penalizzanti sul piano internazionale. Il messaggio che scaturirebbe da questa politica sarebbe quello che integrarsi nella società tedesca o di un altro paese europeo non significherebbe annullare la propria identità e recidere i legami con il paese di origine, bensì di arricchirla di elementi utili e di esperienze da spendere per sé e per gli altri. Significherebbe impostare con il paese di origine un rapporto più adulto ed evoluto, in un mondo sempre più piccolo, significherebbe smettere di pensare in categorie rigide ed impermeabili ed essere cittadini, in Italia come in Germania.
Sul fronte dell’annoso problema del percorso scolastico, la ricerca sollecita un’azione di aiuto a questi ragazzi che va ricercata unitamente alle autorità scolastiche locali poiché il buon rendimento scolastico in questo settore riguarda l’intera società civile del paese di accoglimento. In questo sforzo andrebbero coinvolti anche i genitori dei ragazzi iniziando già nelle scuole materne, per fornire loro il necessario strumento linguistico per inserirsi nelle scuole dell’obbligo con una preparazione adeguata.
Ma occorre anche aiutare i ragazzi a conservare il patrimonio culturale e linguistico del loro paese di origine. Infatti in questo contesto la lingua madre consente di meglio apprendere la lingua straniera, e costituisce la pietra miliare della propria identità etnica; che a sua volta nell’ambito dell’Unione Europea sarà necessariamente multiculturale.









8 Febbraio 2008 alle 4:38 pm
[...] non è una novità, ma una conferma di quanto già ribadito alcune settimane fa, proprio su questo blog, allorquando ci ponevamo l’interrogativo se in effetti la maggior parte dei nostri emigrati [...]