
Una società che non investe sul futuro e che non dà fiducia alle nuove generazioni non può dirsi veramente aperta e veramente libera. E’ una società destinata all’atrofizzazione.
Purtroppo sembra il caso dell’Italia, dove il potere, nella sua accezione più generale, e’ quasi esclusivamente in mano ai cittadini ultracinquantenni a scapito dei più giovani. Il mancato ricambio generazionale - tra i dipendenti pubblici, tra i professori universitari, tra i politici, tra i manager e i consiglieri di amministrazione, tra i lavoratori privati - è sempre più spesso indicato come un serio ostacolo per lo sviluppo.
C’è un interessante paper di Gianni Canepa che si dedica appunto a questa scottante tematica.
L’autore sottolinea come i processi di selezione della classe dirigente in Italia, il cosiddetto spoil system, appaiano pericolosamente inceppati, con la conseguenza non solo di ulteriore degrado della qualità della rappresentanza politica, dei quadri manageriali, del personale universitario e scientifico, ma di incentivo alla “fuga dei cervelli” dall’Italia, mettendo così in pericolo lo sviluppo di capitale umano e la capacità del paesedi generare e utilizzare ricerca, idee e conoscenza, ossia di produrre dinamismo sociale ed economico.
Secondo diverse statistiche questa sarebbe la situazione ad oggi della classe dirigente del nostro Paese. Per classe dirigente non si intende solo quella politica, bensì tutte quelle persone in possesso di caratteristiche di natura personale e culturale che le rendono idonee - da un punto di vista intellettivo, morale e di standing - ad occupare posizioni di comando nei campi dell’economia, della politica, della cultura ed in generale della società. Dal 1998 al 2004:
- il peso degli ultrasessantenni si è ulteriormente innalzato dal 46 al 54%;
- quasi un componente su quattro ha più di 70 anni
- la quota di “under 40” è bassissima (meno del 5%) e complessivamente assai ridotta rispetto a quella degli ‘under 50’
- il peso delle donne è salito soltanto di tre punti percentuali, dal 9 al 12%; l’88% dei componenti di questa classe “d’elite” sono di sesso maschile.
Un riscontro indiretto ma significativo circa la vischiosità dei meccanismi di selezione in Italia si ha anche dai dati disponibili sulla mobilità sociale nel nostro paese.
Da un recente rapporto di Confindustria è possibile ricavare alcune indicazioni sulle opportunità occupazionali dei discendenti di appartenenti a diverse categorie di occupazione. Ora, se si guarda ai figli di coloro che appartengono alla categoria più elevata (imprenditori, dirigenti, professionisti, impiegati di concetto pubblici e privati) la loro probabilità di appartenere alla medesima categoria e’ di circa 17 volte superiore a quella dei soggetti di ogni altra provenienza, contro le 10 volte circa della Francia, le 6,8 della Germania e le 6,4 degli Stati Uniti.
Viceversa, per gli appartenenti alla categoria più bassa (operai non qualificati dell’agricoltura) le probabilità di giungere a quella più elevata sono di 13,8 volte inferiori rispetto a quelle delle altre classi, con un rischio di immobilità di 54,4 volte superiore alle altre.
Se ne trae la conclusione che <<nel confronto con gli altri paesi, sembra che dalla sfera occupazionale italiana sia stata bandita la selezione sulla base delle capacità e del merito. Pochi sono i bocciati e non molti di più sono i promossi>>.
La cultura italiana è nel complesso scarsamente orientata alla meritocrazia. Sono diverse le ragioni, tra cui il fatto che la cultura cattolica tende a porsi in generale più sui valori di comunità e di solidarietà che su quelli di individualità e di merito, che sono più vicini alla mentalità – ispirata dalla religiosità protestante – del mondo anglosassone. Questo approccio culturale tende a riverberarsi in tutti i campi: oltre a quello sociale anche per es in quello economico. Basti guardare – ad esempio - alla composizione dei Consigli di Amministrazione delle società quotate italiane. Da una specifica indagine risulta come su 223 società quotate italiane, i casi di aziende con almeno un consigliere in comune siano pari a circa l’83%, con almeno due consiglieri in comune nel 44% dei casi, e superiori a due nel 25%. In altre parole, siamo di fronte ad un “piccolo mondo” dove l’appartenenza e la relazione sono elementi importanti quando non esclusivi nel determinare l’accesso al rango di amministratore. L’alimentazione delle élite avviene in pratica con modalità diverse dalla selezione basata su base di merito o competenza. E’ più importante insomma l’appartenenza (di nascita, o acquisita sul campo sulla base di dimostrazioni di lealtà e/o di subordinazione) e la cooptazione.
Le conseguenze negative sono sotto gli occhi di tutti:
- Il forte rischio di scarsa competenza e di inadeguatezza di chi è chiamato a ricoprire cariche di responsabilità, per mancanza di un chiaro percorso formativo
- La mancanza di visione di insieme nelle élite, e quindi l’incapacità ad assicurare un ruolo da “classe dirigente”.
- La potenziale mancanza di identificazione di chi è chiamato a ricoprire una posizione di rilievo per cooptazione.
Come uscirne? L’autore individua 4 proposte di policy, al fine di rivitalizzare la capacità dei potenziali serbatoi di alimentazione della classe dirigente a funzionare come tali.
Le quattro linee guida sono le seguenti:
- Intervento sul sistema degli incentivi che rompa con le abitudini consolidate di comportamenti non meritocratici
- Introduzione di elementi di concorrenza in tutti i campi professionali
- Promozione di efficaci meccanismi di valutazione sia in ambito pubblico che privato che tengano conto più del merito che dell’anzianità
- Massimizzazione dell’esposizione internazionale in qualunque ambito professionale, dando maggior peso alle esperienze all’estero nelle valutazioni di merito
Vanno dunque creati meccanismi che facilitino la partecipazione di risorse ed individualità esterne ai partiti, aggiuntive ai circoli accademici. Funzione che potrebbe essere svolta dai cosidetti Think Tank. Con ogni probabilità questo favorirebbe la crescita e l’emergere di individualità e forze fresche, anche di sesso femminile, che risiedono negli ambiti dell’economia, dell’informazione, della cultura e della accademia tessa, e che oggi trovano difficoltà a trovare dei meccanismi per veicolare le idee, proposte e competenze di cui sono portatori.
E’ importante quindi che la politica attivi questi meccanismi, ma è altrettanto importante che i giovani siano consapevoli dei problemi che affliggono il nostro Paese, partecipino alla vita pubblica, insomma trovino loro stessi il coraggio di darsi da fare per cambiare gli equilibri esistenti, senza affidarsi all’illuminazione di pochi volenterosi.








